L’ansia: emozione amica o nemica?

L’ansia si configura come un’emozione che consente all’individuo di percepire una potenziale minaccia futura e di elaborare dei piani ipotetici per poterla fronteggiare; pertanto, in termini evoluzionistici, l’ansia ha sempre assunto un ruolo adattivo e ha costituito una risorsa utile.

Configurandosi come una reazione fisiologica, istintiva, automatica e naturale di sopravvivenza, ha consentito ai nostri antenati di fronteggiare popoli ostili e pericolosi animali, grazie alle reazioni comportamentali di attacco o fuga che seguono ai cambiamenti da essa provocati all’interno del nostro organismo. La medesima attivazione fisiologica viene sperimentata dall’uomo moderno ogni qualvolta si trova di fronte ad un potenziale pericolo.

L’ansia è stata definita dall’American Psychiatric Association come “l’anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro, accompagnata da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione” (APA, 1994).

Segnali corporei, sensazioni e pensieri

Nel momento in cui il soggetto si deve preparare a lottare, a scappare o ad affrontare una sfida, necessita di un corpo reattivo e ciò che lo prepara è il rilascio di adrenalina nel sangue da parte delle ghiandole surrenali.

I muscoli devono essere ossigenati, per questo il respiro si fa affannoso e le narici si dilatano in modo da consentire una maggior disponibilità di ossigeno, e ben nutriti ed irrorati, per questo aumentano battito cardiaco e pressione sanguigna e vi è un maggior rilascio di zucchero nel sangue.

La persona può avvertire una sensazione di capogiro a causa di un maggior quantitativo di ossigeno disponibile, può apparire pallida proprio perché gran parte del sangue è diretto ai muscoli e può sperimentare nausea perché il processo digestivo si blocca e quindi il cibo ingerito permane nello stomaco senza essere adeguatamente processato.

Tutti questi processi surriscaldano il corpo e l’aumento della sudorazione serve proprio a permettere allo stesso di ritornare ad una temperatura ottimale. Nel passato la sudorazione, associata al conseguente rilascio di cattivi odori, era funzionale all’allontanamento di potenziali nemici.

Il soggetto può anche sperimentare quelli che vengono definiti sintomi di depersonalizzazione e di derealizzazione che consistono nella sensazione di guardare la propria vita e la situazione che sta vivendo dall’esterno, come se non ne fosse coinvolto. Questa esperienza è dovuta all’affinamento dei sensi e alla concentrazione della mente sul pensiero “sono in pericolo?” e se sì “come posso evitarlo?”, che porta la persona a osservare con intensità la realtà per cogliere ogni elemento potenzialmente dannoso.

L’attivazione di tutti questi processi ci permette di comprendere come mai Yerkes e Dodson hanno affermato che una modesta attivazione adrenergica migliori la performance perché aumenta la vigilanza e la prontezza.

Paura e interpretazione delle proprie sensazioni e della realtà

L’ansia diventa problematica nel momento in cui si configura come eccessiva rispetto alla situazione che il soggetto si trova ad affrontare, perdura per un tempo prolungato o diventa essa stessa fonte di preoccupazione e paura per il soggetto.

Questo accade sostanzialmente perché l’individuo percepisce la realtà più minacciosa di quello che è, giudica sé stesso incapace di affrontarla o teme per la propria vita, in assenza di giustificati motivi.

Ad esempio, una sensazione di capogiro potrà essere interpretata come un imminente collasso, una difficoltà lavorativa come una possibilità certa di licenziamento, una situazione di prestazione sociale come il palcoscenico su cui il soggetto apparirà noioso, goffo e stupido.

Il soggetto si sentirà in questo modo vulnerabile ed indifeso ed attiverà un processo di ipervigilanza del proprio corpo e dell’ambiente, alla ricerca di uno stimolo potenzialmente dannoso dal quale proteggersi. L’interpretazione che ne farà lo porterà a sovrastimare la probabilità che si verifichi l’evento e la sua gravità, con un conseguente comportamento di fuga, attacco o di evitamento non necessario; nel breve termine, queste strategie comportamentali funzioneranno ma poi tenderanno a rinforzarsi con l’esito di mantenere nel tempo delle modalità di pensiero e di comportamento disfunzionali, che possono dare origine ai disturbi d’ansia.

BIBLIOGRAFIA

Adrian Wells (1999). Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia, Edizione italiana a cura di Claudio Sica. McGraw-Hill.

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: Author.

Nuzzo, C., Ajelli, C. Ansia – Ansia: sintomi, caratteristiche e stati ansiosi. I trattamenti e le cure per l’ansia. Psicoterapia e psicologia dell’ansia. State of mind, il giornale delle scienze psicologiche.

S. Sassaroli, R. Lorenzini, G. M. Ruggero (2006). Psicoterapia cognitiva dell’ansia. Rimuginio, controllo ed evitamento. Raffaello Cortina Editore.

Studi cognitivi (2020). Ansia e DAP. PowerPoint slides.

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